Ci tengo ad affrontare un argomento particolare e a volte oggetto di speculazioni.

A questo link trovate quanto pubblicato dalla associazione di chirurgia plastica britannica. 

Sono convinto che prima di rilasciare alla stampa affermazioni che possono colpire centinaia di donne già operate di tumore alla mammella e che hanno fatto la scelta ricostruttiva per migliorare la loro qualità di vita, bisogna essere in possesso di dati certi e sicuri e, soprattutto informarsi che il rischio sia reale.

Quello che mi colpisce è che un’indagine fatta dalla FDA – la severa Food and Drug Administration – organo americano che controlla la sicurezza dei farmaci e dei presidi medici e chirurgici, non più tardi di qualche anno fa ha svolto una ricerca mondiale proprio su questo argomento riscontrando che solo circa 170 donne su decine di milioni che si erano sottoposte a un intervento di impianto di protesi mammarie, avevano sviluppato questa malattia nella capsula che ricopre la protesi stessa.

La malattia si sviluppa localmente solo sulla capsula, tessuto fibroso che si sviluppa intorno alle protesi come reazione fisiologica a un corpo estraneo che viene inserito nel corpo.

A distanza di anni, in un numero veramente limitato di pazienti, si è sviluppata una raccolta di siero che, una volta esaminato, ha mostrato la presenza di cellule così dette anaplastiche linfatiche, simile al linfoma anaplastico a grandi cellule.

Il problema è capire se si tratta di un’alterazione locale della capsula (e, infatti,  una volta rimossa la maggior parte delle pazienti non ha fatto alcun trattamento) che nasce da un processo infiammatorio con cellule che, secondo alcuni ematologi e patologi, sono simili a quelle del linfoma anaplastico.

Nell’indagine fatta dalla FDA, solo 3 donne su 170 avevano una localizzazione solida alla mammella ma con un istologico differente.

In conclusione, a oggi, si tratta di un’alterazione della capsula che nasce intorno alle protesi che compare a distanza di anni in una percentuale non calcolabile di donne perché estremamente bassa More Info.

Altro aspetto importante è stabilire se si tratti veramente di una malattia sistemica che necessita di terapie o solo un’alterazione infiammatoria cronica.

Nel congresso a cui ho appena preso parte a Parigi abbiamo discusso proprio di questo e la conferma è che si tratta di casi isolati e aneddotici per i quali non si può determinare alcuna percentuale in quanto riguarda solo 173 protesi su milioni impiantate e il 95% delle pazienti, una volta tolta la capsula, non si è sottoposta ad alcuna terapia oncologica.

Il dato fondamentale, quindi, è che a oggi non ci sono elementi che possano generare un allarme per le donne che hanno delle protesi per ricostruzione o per estetica; naturalmente consiglio loro di sottoporsi ai controlli che hanno sempre fatto con il loro chirurgo di fiducia.

Concludo segnalando che nella mia attività presso l’Istituto dei Tumori di Milano in più di 30 anni di esperienza con decine di migliaia di protesi utilizzate, non ho mai visto un caso di tumore anaplastico insorto nella capsula delle protesi.

 

Potete leggere l’articolo della Stampa a questo link.

Dott Maurizio Bruno Nava

Specialista in Chirurgia Plastica Ricostruttiva e Estetica. Chirurgia generale – Oncologia.

Professore a Contratto – Scuola di Specializzazione in Chirurgia Plastica – Università degli Studi di Milano.